Lettere dall'Oriente e oltre: il ruolo delle nonne Maori (pt. 4)
Bangkok, 26.02.2025
Caro Ivan,
Ti scrivo dalla Nuova Zelanda, dove continuo a riflettere sul ruolo delle nonne (whaea) nella cultura Maori, un fenomeno che mi colpisce profondamente nel mio lavoro quotidiano.
Nel mio ambulatorio vedo spesso giovani pazienti Maori in condizioni drammatiche: psichiatricamente devastati, socialmente emarginati, cognitivamente impoveriti. Alle spalle hanno storie familiari frammentate, con assenze significative – genitori distanti o assenti, nonni maschi scomparsi prematuramente.
In questo panorama di desolazione, emerge una figura ricorrente: la nonna. Sono queste donne anziane che accompagnano i nipoti alle visite, spesso con al seguito altri nipotini. Quello che mi colpisce è il contrasto tra questi giovani profondamente sradicati e le loro nonne – donne dotate di straordinaria consapevolezza, intuizione e capacità di prendersi cura. In un contesto di disgregazione familiare, sono loro a mantenere un legame con qualcosa di più profondo, a rappresentare una continuità che altrimenti andrebbe perduta.
Mi chiedo quale sia il significato di questa presenza, in una cultura che sta vivendo una trasformazione tanto radicale.
A presto, Davide
Caro Davide,
La tua osservazione sul ruolo delle nonne Maori tocca questioni profonde sull'identità culturale e la trasmissione intergenerazionale del sapere.
Studiando la cultura Maori, ho scoperto un universo ricchissimo di tradizioni orali, miti, leggende, whakapapa (genealogie) e waiata (canti). Particolarmente affascinante è il tangihanga, il loro rito funebre tradizionale: una cerimonia elaborata che può durare fino a cinque giorni, durante i quali il corpo del defunto (tūpāpaku) rimane esposto mentre l'anima (wairua) è ancora presente. Il rito stesso serve a guidare quest'anima verso Hawaiki, la terra ancestrale degli spiriti, con la partecipazione degli antenati (tipuna).
Quello che emerge sembrerebbe una cultura capace di affrontare il dolore attraverso la ritualizzazione, anzichéé rifuggirlo costruendo false sicurezze come facciamo noi occidentali. Mi chiedo se la desolazione che incontri nei tuoi pazienti Maori non sia legata a una frattura con queste tradizioni, a un'incoerenza identitaria derivante dal vivere tra mondi culturali diversi e spesso in conflitto. Come mi scrivevi alcuni giorni fa, c'è una leadership politica filotrumpiana no liberista. I Maori e le altre minoranze sono sempre più marginalizzati. Disagio psico-sociale aumentato, meno welfare, meno investimenti nella salute pubblica.
Mi viene in mente il lavoro di Tobie Nathan sull'etnopsichiatria. Studiando i "malati" africani, Nathan parlava di "universi multipli" – modi radicalmente diversi di concepire la malattia e la cura. Mentre noi pensiamo in termini di diagnosi nosografiche, altre culture interpretano la sofferenza come l'azione di uno spirito che si impossessa della persona. Non si tratta di superstizione, ma di una diversa forma di razionalità orientata verso finalità specifiche. Jung parlerebbe di finalità teleologiche dei sintomi: a cosa servono? Dove mi portano? Una sorta di preventiva organizzazione sociale che sa orientare gli atteggiamenti delle persone ricorrendo alla ricerca del senso dei vari disturbi che nella vita abitano tutti indistintamente.
Le nonne di cui parli sembrano essere le depositarie di questo sapere ancestrale, le custodi di una memoria collettiva. Forse, proprio come i "signori dei segreti" descritti da Nathan nelle tradizioni africane, queste donne sono ancora capaci di interpellare l'invisibile, di rivolgersi al collettivo, di attuare ciò che è riparabile.
Mi chiedo: hai mai considerato di coinvolgere attivamente queste nonne nel percorso terapeutico? Potrebbe essere interessante esplorare come il loro sapere tradizionale possa integrarsi con l'approccio psichiatrico occidentale, creando uno spazio di cura che riconosca entrambi gli "universi".
A presto caro Davide, Ivan