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Lettere dall'Oriente e oltre: dialoghi dell'altro mondo (pt. 3)

Bangkok, 25.02.2025

Caro Ivan

Mi trovo in Nuova Zelanda da circa dieci giorni, dopo aver trascorso dieci giorni in Thailandia e tre a Brisbane, in Australia. Sono ad Auckland da una settimana e ho già ripreso a lavorare a tempo pieno.

CHE FATICA RIPRENDERE A LAVORARE COME FACEVO DA GIOVANE!

Attualmente lavoro a Papakura, nella zona sud di Auckland, un'area prevalentemente Maori e piuttosto svantaggiata. Non era la mia scelta ideale. Avrei preferito tornare a Matariki, dove ero l'anno scorso e lavoravo principalmente con i Pacifica. Quest'anno invece mi trovo a collaborare con i Maori. Il servizio è notevolmente sottodimensionato - forse è "sotto" in tutti gli aspetti. C'è molto disagio e le problematiche sociali sono complesse. In sintesi: devo lavorare molto! Ormai non sono più abituato a questi ritmi. Credo che questa sarà la mia ultima esperienza professionale in Nuova Zelanda.

Nel dirlo, però, riconosco le mie ambivalenze e la tendenza a drammatizzare un po' la situazione. Ho trovato l'inizio particolarmente difficile, in parte perché sono arrugginito, in parte perché il servizio è disorganizzato, e in parte perché ormai sono entrato nella "modalità pensionato". Più volte mi sono detto: "Questa volta è davvero l'ultima, anzi, torno a casa prima!". Poi, come in passato, un po' perché mi piace aiutare le persone (e l'empatia non mi manca), un po' perché ogni giorno imparo qualcosa di nuovo e le mie prestazioni migliorano, cambio idea. Vedremo... Di certo sono l'unico italiano a lavorare in questi servizi. A volte mi chiedo come mai.

Il paese è in recessione, con una leadership politica filoliberista in stile Trump. I Maori e le altre minoranze sono sempre più marginalizzati. Il disagio psico-sociale è aumentato, mentre diminuiscono il welfare e gli investimenti nella sanità pubblica (dove lavoro io).

All'arrivo sono stati molto gentili: mi hanno accolto con un benvenuto Maori tradizionale, con canti e saluti nella loro lingua. Tutti si sono presentati a turno e poi mi hanno salutato individualmente, fronte a fronte e con contatto fisico. Oggi ho visitato un paziente Maori, e l'assistente sociale che lo accompagnava ha recitato, sia prima che dopo, una preghiera nella lingua maori come buon auspicio.

Davide

Ivan Paterlini

Caro Davide,

mi trovo a nord est di Bangkok in una nursery di elefanti. C'è stato un parto gemellare e in questo momento sembra essere l'unico presente al mondo. Il re della Thailandia, Vajiralongkorn, qualche giorno fa è passato per salutarli e per decidere un nome per loro.

Pensando a te, in ospedale, nel ruolo di psichiatra che lavora con i Maori, mi viene naturale chiederti come vengono vissute e declinate le patologie con cui mi confronto quotidianamente nel mio lavoro in Italia, come l'ansia, la depressione, gli attacchi di panico, ecc. Nella tua esperienza, come si intrecciano la componente biologica dei disturbi con quella culturale? Come influiscono la famiglia e i luoghi con i loro artefatti, nel costruire un sistema di significati per l'individuo e per la relazione di cura? Quante domanda che ti sto facendo…ma non posso evitarle.

Mi chiedo spesso quale sia il tuo approccio quando incontri un paziente Maori durante una consultazione. Rifletto su come esistano esperienze umane universali che attraversano ogni cultura: la deprivazione affettiva di un bambino nel primo anno di vita non lascia forse una ferita profonda, indipendentemente dal contesto culturale?

La differenza significativa risiede probabilmente nelle modalità di trattamento e contenimento. Da una parte, abbiamo l'approccio occidentale con diagnosi nosografiche e terapie farmacologiche che implicitamente separano corpo e psiche. Dall'altra, esistono pratiche culturali che riconoscono nei processi di cura l'importanza dell'identità culturale.

Quando prescrivi un neurolettico, consideri anche la dimensione spirituale del paziente? Invochi la presenza degli antenati come spesso si usa fare in certi paesi dell'Africa, adottando uno sguardo olistico?
Forse potremmo trovare un punto d'incontro tra questi diversi approcci terapeutici, riconoscendo che la malattia spesso rappresenta uno squilibrio nelle relazioni: quelle intrapsichiche della persona, quelle interpersonali con la comunità, e quelle con il mondo spirituale che dà significato all'esistenza. Queste, in buona sostanza, penso siano le bussole fondamentali nella costruzione di un orientamento.
Mi piacerebbe un giorno sviluppare questo dialogo tra medicina occidentale e pratiche tradizionali…per cercare modalità che sappiano valorizzare la diversità.

Le mie riflessioni sono un po' pregiudizievoli in favore delle funzioni del pensiero razionale, ma mi incuriosisce come un bambino occidentale, con infinite possibilità formative, possa differenziarsi da uno che cresce in una cultura con scelte limitate. Da noi, sembra che il vero sintomo imperante tra i giovani sia la "non scelta", l'incapacità di decidere. È interessante che questo stesso sintomo si osservi anche nei bambini che hanno vissuto deprivazione affettiva. Il troppo e il troppo poco sembrano toccarsi, non trovi? Lévi-Strauss esortava a non rinunciare a cercare le comuni identità biopsicologiche della specie che individuava nella predisposizione ad assimilare una certa cultura.

Non so se hai mai sentito parlare dell'Edipo Africano, un libro scritto da Marie-Cecile e Edmond Ortigues. Essi sottolineano il principio universale dell'Edipo come espressione del conflitto tra generazioni che si può osservare in Africa nei conflitti generazionali tra i giovani e le figure degli antenati sentiti come legge e con cui ad un certo punto si identificano. Per un giovane africano il padre e l'antenato sembrerebbero coincidere…

Spero di leggerti presto
Un caro saluto
Ivan

Ivan Paterlini
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