Lettere dall'Oriente e oltre: dialoghi dell'altro mondo (pt. 2)
Bangkok, 24.02.2025
Caro Ivan,
NON C'È PIÙ RELIGIONE...
La Thailandia è davvero affascinante! Al di là del turismo di massa e del caos metropolitano, ho percepito delle vibrazioni interessanti che mi hanno colpito profondamente, come pure i suoi contrasti. È un paese dove puoi vivere con poco, e questo si riflette nell'atteggiamento di molti giovani locali che appaiono sorprendentemente sereni nonostante la semplicità della loro vita quotidiana.
Il nostro itinerario ci ha portato a Chiang Mai nel nord, centro spirituale del paese, con le sue antiche mura e i suoi templi secolari. Abbiamo poi fatto un po'di mare esplorando Koh Samet, una piccola isola non lontano dalla capitale, dove il tempo sembrava scorrere più lentamente tra acque cristalline e spiagge di sabbia bianca. Infine, abbiamo trascorso tre giorni a Bangkok, metropoli vibrante e contrastante. La cucina è stata una continua scoperta: dai pad thai di strada alle zuppe piccanti, dai curry aromatici alla frutta tropicale succosa - un vero festival di sapori!
Sono sempre stato affascinato dai templi buddhisti autentici, ma devo confessarti che la mia ricerca di spiritualità genuina è stata piuttosto deludente. Mi ha colpito particolarmente vedere alcuni giovani monaci, che avrebbero dovuto accogliere i visitatori all'ingresso dei templi, completamente ipnotizzati dai loro smartphone! Non alzavano nemmeno lo sguardo quando passavi loro accanto. In quel momento, ho avuto la sensazione che ormai siamo tutti irrimediabilmente risucchiati dalla globalizzazione, senza distinzioni geografiche o culturali.
Mi sono chiesto se forse non sia io a portarmi dietro un'immagine romantica ma ormai fuori contesto della spiritualità orientale. Il connubio tra turismo spirituale e autentica ricerca interiore si è rivelato estremamente difficile da conciliare. Ho sentito parlare di monasteri nella foresta, lontani dai circuiti turistici principali, che potrebbero preservare un'esperienza più autentica del buddhismo thailandese. Forse varrebbe la pena esplorarli in un futuro viaggio, se si cerca un'immersione più profonda nella spiritualità locale.
Bangkok merita sicuramente una menzione a parte: bella, caotica, calda e avvolgente. È una città di contrasti estremi, dove grattacieli ultramoderni si ergono accanto a templi dorati secolari, dove il lusso sfrenato convive con la povertà più cruda. Per noi, tre giorni sono stati sufficienti per assaporarne l'essenza senza esserne sopraffatti.
Ti racconterò di più quando ci vedremo. E tu, hai mai avuto esperienze simili nei tuoi viaggi?
Un abbraccio
Davide
Caro Davide,
Sono arrivato da qualche giorno a Bangkok. Il viaggio in aereo è stato un vero supplizio: interminabili ore di attesa, imprigionato in un destino che sembrava sfuggirmi, senza alcuna illusione di poterlo controllare. In quell'immenso esilio tra le nuvole, ho letto e mi sono immerso in un bellissimo libro: "Bangkok" di Lawrence Osborne. Egli dipinge la città come un luogo che, prima di tutto, si offre a se stessa e al mondo con una cultura del corpo. Mani sapienti intrecciano antiche arti di guarigione in una sorta di grembo primordiale: massaggi, bagni, terapie del piede...
...una miriade di piaceri che sembrano sussurrare al corpo stesso i segreti dei primi anni della nostra vita,
E mentre mi perdevo in queste pagine, la mente mi è subito volata alle lezioni di Winnicott, al delicato intreccio della memoria implicita, con le sue melodie assonanti e dissonanti conservate nella pelle e al mondo neuroscientifico che studia i segreti più nascosti della nostra infanzia e dell'animo umano. Una riflessione silenziosa, che si confonde con la frenesia e il turismo di Bangkok, una città che sembra respirare al ritmo del corpo e dei suoi desideri più profondi; un tempio vivente dedicato alla celebrazione delle sensazioni ancestrali del corpo. Mi viene in mente ciò che scrive Winnicott ne "Il sentimento del reale" quando immagina cosa si prova a essere un neonato. E' qualcosa che non si può tradurre in parole; "mentre giace nel suo lettino, un neonato è un pezzo di pelle che prude, è un paio di occhi che guardano una tenda che si muove, è un dolore da colica, è un appetito."
in un abbraccio senza fine.
(Winnicottt, D., (2024), Il sentimento del reale, Raffaello Cortina, Milano, p.19)
L'arrivo a Bangkok, come tutti i confronti con il Principio di realtà, ha confuso i miei pensieri costruiti durante il volo, ponendomi molte domande simili alle tue quando scrivi che "Il connubio tra turismo spirituale e autentica ricerca interiore si è rivelato estremamente difficile da conciliare". Mi Piacerebbe capire meglio (ho fissato degli incontri con monaci buddisti all'università) come si può conciliare la visione profonda della vacuità e della impermanenza; la sofferenza come ineliminabile e il raggiungimento del Non Sé con la psicoterapia che conduco quotidianamente con i miei analizzandi. Ho molti dubbi in proposito caro Davide. Trovo queste sagge posizioni del Buddismo non semplici e talvolta in conflitto con le psicoterapie. Nina Coltart, analista che si è occupata a lungo di questi temi, parla anzitutto del significato allargato del concetto di sofferenza buddista rispetto al nostro. L'universalità della sofferenza include tutte quelle sfumature emotive esistenziali, come le piccole intermittenze del cuore che io spesso tendo a non considerare affatto come sofferenza. Dovremmo anzitutto capirci sull'uso dei termini. La seconda questione L'impermanenza – la consapevolezza che nulla perdura eternamente – rappresenta un nodo cruciale nell'esperienza della sofferenza umana. Questo principio attraversa il difficile cammino verso l'accettazione dei nostri limiti, di qualsiasi natura essi siano. Nei percorsi analitici, il confronto con la transitorietà dell'esistenza, come simbolo di qualsiasi passaggio della vita, emerge come tappa imprescindibile: riconoscere che ogni stato emotivo, ogni relazione, ogni fase della vita è destinata a trasformarsi diventa sia fonte di angoscia che potenziale crescita. L'elaborazione di questa verità esistenziale costituisce spesso il cuore del lavoro terapeutico, dove l'individuo è chiamato a integrare l'impermanenza non come minaccia ma come parte integrante della condizione umana, trasformando le difese al cambiamento in capacità di fluire con esso.
Molto più critica è la questione del divenire "non sé". Diventare non sé per la Coltart può essere in forte conflitto con la cultura cristiana dove l'anima vive per sempre. In analisi si lavora per ricostruire e raggiungere il Sé, non per eliminarlo…questa Davide è una questione che dovrei approfondire. Per ora il non Sé proposto dal buddismo, lo posso associare al silenzio auspicato da Winnicott nelle sue sedute terapeutiche. Un silenzio che portava a smantellare tutte le difese e i falsi sé costruiti in reazione all'ambiente, per favorire il non sapere primitivo dei senza forma degli stati del vero Sé...
Mi trovo, malgrado tutto, immerso nell'atmosfera dell'università di Bangkok, un luogo dove le persone sembrano emanare una sensazione di qualcosa di profondo e antico, ma che ancora mi sfugge, qualcosa che non riesco a definire completamente. Ti allego una foto di studentesse che, come tutti gli studenti alla fine degli esami previsti per laurearsi, sceglie da un mazzo di incensi quale accendere in onore al re.
…ma lo riprenderemo.
Un carissimo saluto
Ivan